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lunedì 23 gennaio 2012

INCONTRO PSICOLOGO ARBITRI


Dott. Matteo SIMONE
Psicologo, Psicoterapeuta Gestalt, Terapeuta EMDR

Vari autori hanno individuato le competenze psicologiche che un buon arbitro deve possedere e che devono essere inclusi e praticati nei programmi di formazione, e cioè la concentrazione, fiducia, capacità decisionale, capacità di efficace comunicazione interpersonale e di autocontrollo.
Bisogna possedere in campo attenzione e concentrazione,  bisogna saper osservare ciò che avviene in campo.

Sapere comunicare è una componente necessaria dell'arbitraggio, gli arbitri devono riuscire ad esprimere le proprie decisioni arbitrali in maniera convinta e rapida, è richiesta una netta decisione dando l'impressione che l'arbitro è completamente sicuro di quello che ha visto, esitare troppo a lungo dà ai giocatori e agli allenatori l'impressione di
incertezza, inoltre devono essere specifici e brevi nel fornire eventuali spiegazioni evitando lunghe discussioni.

Nell'ambito della terna arbitrale possono insorgere dei problemi quando il direttore di gara ed i suoi assistenti si conoscono poco o mancano la fiducia e la stima reciproca.
Il giudice di gara è sottoposto agli stress agonistici che vivono gli sportivi e non solo, situazioni percepite come stressanti riguardano il timore di aggressione fisica da parte di spettatori e giocatori, episodi di violenza o rissa durante la gara, la paura di sbagliare, si è fischiati dal pubblico, i giocatori contestano le decisioni, i genitori dei calciatori più giovani nei tornei minori insultano gli arbitri dagli spalti, i tifosi dei tornei amatoriali inseguono gli arbitri negli spogliatoi, i campioni protestano ogni volta che secondo loro l’arbitro ha commesso un errore.
Gli arbitri devono mantenere la loro auto-controllo in ogni momento, soprattutto quando sotto pressione, quando ci sono probabilità di essere risse, lesioni, reati e scoppi di violenza.
L’arbitro è costretto a correre su tutto il terreno di giuoco, spesso non avendo tempo per recuperare energie.
Preferibile prima di ogni incontro permettere all’arbitro di esplicitare le proprie sensazioni ed aspettative e dopo la partita un 'debriefing' per permettere all'arbitro di esternare le proprie emozioni.
Qualità ritenute fondamentali per  prestazione arbitro:
-           conoscenza regole gioco;
-           conoscenza tecnica arbitrale;
-           disponibilità all’allenamento (fisico, tecnico, mentale);
-           autonomia di giudizio;
-           capacità di reazione rapida;
-           fiducia in sé;
-           accettazione del giuidizio;
-           gestione dello stress;
-           efficacia comunicazione non verbale.
Un buon arbitro deve conoscere bene le Regole del Gioco, interpretare ed applicare correttamente, essere in buone condizioni fisiche, essere ben posizionati sul campo di gioco in ogni momento e hanno una buona intesa con gli altri membri del team arbitrale.
Arbitri che hanno fiducia in loro stessi non perdono il controllo di fronte a situazioni difficili, è importante agire sapendo che si sta facendo il meglio che si può.
La capacità di gestire molte informazioni in tempi molto brevi è una dimensione importante per un arbitro e per incrementare questa capacità è importante un allenamento all’attenzione di quello che si fa, consapevolezza e responsabilità, l’arbitro deve aumentare la sua capacità di focalizzarsi sul “qui e ora” e riuscire a poter mettere da parte qualsiasi distrazione interna o esterna, dai problemi comuni a quelli più importanti pensando che c’è un tempo per ogni cosa, ora c’è la partita e deve essere libero mentalmente di investire sulla buona riuscita del suo arbitraggio, dopo ci sarà tempo di investire su altro che siano problemi o divertimenti.
L’arbitraggio è spesso messo in discussione a causa delle varie moviole nei vari programmi televisivi, sul divano davanti alla TV tutti siamo capaci ad arbitrare senza errori e senza stress, ma sul campo di gioco, per non sbagliare bisogna avere:
-           capacità di giudizio;
-           competenza acutezza di sguardo;
-           responsabilità.
Gli arbitri devono sentirsi impegnati nelle seguenti quattro responsabilità:
-         fare in modo che l'evento sportivo si svolge secondo le regole del gioco;
-         intervenire il meno possibile e non metersi al centro dell'attenzione;
-         stabilire e mantenere una buona atmosfera in modo da rendere l'evento il più piacevole possibile;
-         mostrare interesse per i giocatori.
Quindi la motivazione intrinseca per l’arbitro è la benzina che gli permette di andare avanti con una marcia in più nel lavoro/passione, si impegna per pochi soldi e per qualche agevolazione (rimborso spese e alcune facilitazioni come le tessere per accedere agli stadi), nonostante tutto. Comune a tutti gli arbitri che hanno rinunciato è l’aver perso la sensazione di godere di ciò che fanno a causa della forte pressione di cui sono sottoposti.
L’immagine dell’arbitro a livello popolare si rifà a un modello positivo, quello di Collina, l’uomo affidabile, sicuro, incorruttibile, di successo.
L’arbitro è considerato come un facilitatore della prestazione, è colui che regola i rapporti fra i giocatori di due squadre avversarie.[1]
La psicologia dello sport nasce in Italia nel 1965, anno in cui si svolse a Roma il primo congresso promosso dalla Federazione Italiana di Medicina Sportiva ma la prima volta che le procedure di concetti e tecniche di psicologia dello sport sono stati inclusi in un piano di preparazione per arbitri di alto livello sportivi era nel periodo precedente il 2006 FIFA World Cup Germany. L'esperimento ha prodotto risultati molto soddisfacenti.
Arbitri esperti sottolineano che le competenze psicologiche rappresentano dal 50
al 70% del successo di un arbitro, queste capacità possono essere migliorate, così come quelle fisiche, gli arbitri che sono meglio preparati non sono nati con un corredo di qualità psicologiche, ma, evidentemente si sono costantemente addestrati ed esercitati alla capacità di
concentrarsi, di restare calmi sotto stress, di avere fiducia e sicurezza in loro stessi ed avere buoni rapporti con gli altri membri dell'organizzazione arbitrale.
Sono stato invitato ad una riunione mensile di arbitri di calcio per parlare di psicologia dello sport, ho accettato l’invito con piacere interessato ad approfondire la conoscenza di questa figura che prima di tutto è un atleta di alto livello e in più è una persona che fa un lavoro importante.
Il mio approccio è principalemente di interessarmi all’altro, di incontrare l’altro con interesse, di cercare di stabilire un clima di fiducia per un reciproco interesse di apprendimento.
Mi sono presentato alla riunione, manifestando da subito la mia completa disponibilità ad essere a loro disposizione in quell’incontro e a cercare di trasmettere delle conoscenze inerenti la psicologia dello sport.
Vi era un bel gruppo e devo confessare di essermi meravigliato per il loro interesse all’argomento e per la voglia di approfondire la conoscenza, facendo ogni sorta di domanda che spaziavano dalla figura di arbitro fino ad arrivare ai diversi aspetti riguardanti gli atleti individuali, le squadre, le diverse fasce di età.
Ho passato quasi due ore con queste persone e due loro coordinatori che in quel momento facevano anche da moderatori agevolavando e stimolavando la serata facendo domande a loro volta e chiarendo i dubbi, le impressioni, le domande degli altri presenti.
Quello che è ventuo fuori è stato che queste persone erano consapevoli del loro particolare impegno che assumevano nel momento che svolgevano la funzione di arbitri e volevano a tutti i costi sapere come fare da un lato per lavorare in maniera vissuta meno stressante possibile sia prima dell’incontro dove ognuno si proiettava, si aspettata, si rappresentava il moomento dell’arbitraggio ipotizzando le diverse possibili difficoltà, e dall’altro lato come fare per evitare o ovviare il minimo errore che può sempre accadere anche se la persona è preparatissima tecnicamente, atleticamente e psicologicamente.
Inoltre è venuto fuori il problema delle relazioni nelle terne arbitrali che se non sono bene collaudate ed afffiatate potrebbero comportare delle tensioni che contribuirebbero ad un ulteriore stress da gestire.
Quello che ho potuto illustrare nel tempo disponibilile è stato l’appproccio dell’esperto in psicologia dello sport ed in particolare il mio approcio anche di psicoterapeuta e nel particolare ci ho tenuto a precisare che il lavoro che si fa non è un lavoro di cura bensì teso al benessere psico-fisico della persona ed al miglioramento della prestazione sportiva agendo su di versi aspetti quali: il goal setting cioè la definizione degli obiettivi chiari scanditi nel tenmpo, difficili ma raggiungibili; la motivazione che particolarmente per quanto riguarda gli arbitri non può che essere una motivazione intrinseca, cioè svolgono quest’attività non solo per guadagni, non solo per avere un riconoscimento dagli altri, ma per il piacere di lavoro in quel contesto, di svolgere quella funzione, di essere capaci.
Altri aspetti che mi premeva trasmettere è stato quello dell’autoefficacia che per quanto riguarda loro dovrebbe essere elevata in partenza, dovrebbero averla come corredo per intraprendere quest’attività ma, comunque, va incrementata per acquisire una elevata fiducia in se stessì anche considerando che sono da soli in un campo di calcio o calcetto per cercare di condurre una partita facendo rispettare le regole a due squadre composte da giocatori di diverse personalità attorno ai quali gravitano tante altre figure quali allenatori, preparatori, dirigenti, sponsor, genitori, tifoserie e quindi è alta la pressione sugli arbitri e sul loro operato e se gli stessi arbitri non avessero una sicurezza sulla loro preparazione, autorevolezza, capacità non si troverebbero comodi, sicuri nel momento di decidere di fischiare per decretare una qualsiasi decisione.
Ho comunque fatto presente che è preferibile che gli interventi vengano personalizzati, perché ad iniziare dallo stress, non si può dare la formula magica per tutti ma ognuno va ascoltato, si crea una relazione, uno spazio, ed assieme si decidono degli obiettivi, delle modalità di operare, facendo presente che si tratta di un lavoro graduale da assimilare un po per volta nel tempo.
Inoltre ho precisato che la visualizzazione, l’allenamento ideomotorio è utilizzatol sia per trovrare delle risorse delle persone per rafforzarle ed averle in primo piano, non dimenticarle, ancorarle in qualche modo, queste risorse possono essere anche un arbitraggio ben riuscito, per esempio un arbitro mi raccontava della soddisfazione che aveva ricevuto nel ricevere la stretta di mano con le congratulazioni da parte della sqadra perdente, in quell’esempio è importante aggangiarsi alla stretta di mano che diventa un ancoraggio della sua buona riuscita, della sua alta autoeficacia, in pratica è una fonte dell’autoefficacia ed è importante avere in mente i momenti di riuscita, di benessere per compensare le preoccupazioni di una previsione di non riuscita futura.

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